ULTRABLU

DAVIDE CALDARINI

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TORPORE
Storia di una notte che dovrà morire

“Bitte nicht einsteigen” ovvero “per favore non salire” è la frase che possiamo leggere su di un treno a Berlino, a consigliarci di non prendere un mezzo che non va, uno malfunzionante che non continua la sua corsa e che invece probabilmente andrà in deposito. La stessa frase Davide la trascrive nel suo libro Torpore. Storia di una notte che dovrà morire che ha inizio proprio da qui; un viaggio che ha la sua partenza da un treno rotto. Sfidare “un invito” a non salire a bordo significa prepararsi all’ignoto, all’imprevedibile. Questo viaggio è una storia, lo sa bene Saramago del quale possiamo prendere in prestito le parole per dire che questa è la “storia di un viaggiatore all’interno del viaggio da lui compiuto, storia di un viaggio che in se stesso ha trasportato un viaggiatore, storia di un viaggio e di un viaggiatore riuniti nella fusione ricercata di chi vede e di ciò che è visto, un incontro non sempre pacifico tra soggettività e oggettività”.[1] Così come un viaggiatore incerto sul cammino da prendere decide di lasciarsi guidare dall’istinto nel percorrere un vicolo piuttosto che un altro, sulla base di una strana fascinazione per un dettaglio, allo stesso modo prosegue Davide. Sceglie senza alcuna logica apparente parole e frasi che lo attirano: la parola torpore, le frasi come quella in tedesco o quella relativa all’etimologia del titolo non sono mai indicatori di significati ma guidano l’itinerario di un viaggio interiore.

 

Se Davide apre il suo libro con questo preannuncio degli eventi con “ha da passà 'a nuttata” si chiude invece una celebre commedia di Eduardo De Filippo;[2] siamo di fronte alla notte che spalanca la sua oscurità e porge quell’invito all’ignoto, all’imprevedibile. Bisogna attraversare la notte passarci in mezzo, sapendo di poterla attraversare. La notte nessuno l’ha mai vista ma tutti la conosciamo è il tempo che passa, occorre sfogliare le pagine del libro per vederla trascorrere. Così come alla fine di un viaggio ci restano nelle tasche biglietti di treni, pezzi di carta o altro materiale di fortuna su cui abbiamo annotato pensieri poi dimenticati, il libro risulta essere una raccolta di frasi trovate, di pensieri inquieti e immagini scaturite in un arco temporale che va dal tramonto all’alba, dai toni brillanti del blu, passando per il nero, alle schiarite del viola e del rosso fino al bianco.

 

Davide Caldarini è nato a Roma nel 1995 e cresciuto nell’adiacente provincia a Genzano di Roma . Nel 2014 si trasferisce a Berlino.
Vive fra Berlino e Roma

Questo libro è una storia aperta a molteplici letture è un invito a “guidarsi tramite un viaggio” a partire dalla propria soggettività in un percorso che di tanto in tanto incrocerà quella dell’autore. Davide raccoglie già nelle primissime pagine le frasi appuntate; introduce uno stato di torpore a partire da un mucchio di parole raccolte che risalgono all’etimo della parola stessa del titolo “sono senza moto e sentimento, sono stordito e rigido”, una frase questa che lo aveva colpito perché sembrava detta da qualcuno, in questo caso è la notte ad aver messo a dormire i sentimenti. La radice greca narkè che significa torpore, nella sua ambivalenza di fascinazione e stordimento, è la stessa di narciso il fiore che per le sue facoltà può provocare intorpidimento e persino accompagnare dolcemente alla morte. Torpore custodisce con il fiore il presentimento di ciò che dovrà accadere ovvero la fine di una notte, un tempo che dovrà trascorrere.

I monotipi restituiscono un viaggio vissuto e quindi trasfigurato in immagini come fondali astratti sui quali avviene una gestazione di forme, colori e interferenze di una quotidianità fatta di frammenti di plastica, resti di tessuti e altra materia imprecisata. La notte condivide con il viaggio il suo senso di smarrimento così come l’incertezza delle apparenze. Se di giorno la città ci appare nella sua esteriorità di notte esalta nella sua interiorità. In egual modo non siamo poi certi di vedere tutti la stessa cosa anche quando di fronte alla stessa immagine di una pagina del libro “un padre e una figlia ci leggono i geroglifici, un ragazzo vede invece, tra le increspature della materia un radicchio e qualcun altro ancora un cuore palpitante” riferisce Davide. Se il viaggio ha avuto inizio con i sensi intorpiditi, come quelli di chi sta per addormentarsi, a metà libro nell’ora del gallo e della brina il torpore lascia il posto alla frenesia, ora l’anima è prossima al risveglio. Il tempo lento del blu e del nero inverte, ora che il viola e il rosso corrono come il sangue sotto l’intensificarsi delle emozioni per infrangersi nel bianco accecante. È un’ora di spietata lucidità, all’incrocio tra la notte più oscura e il presentimento del sole, un momento che va a decretare la fine o l’inizio di qualcosa, dipende da chi guarda.

[1] Josè Saramago, Viaggio in Portogallo, Einaudi, Torino, 2002, pg. 3, 4.

[2] La frase in dialetto è divenuta popolare entrando nell’uso comune con la pièce Napoli milionaria! del 1945, con il significato che deve trascorrere la notte perché un momento di crisi, senza luce, possa passare.

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